Set di nozze (Littizzetto)

Settembre è il mese perfetto per i matrimoni. Né caldo né freddo. Né bello né brutto. Come il matrimonio, appunto. In settembre ovunque ti giri trovi una sposa in posa che si fa fotografare. Perché da un po’ di anni a questa parte è partito ‘sto delirio delle foto. Una volta il fotografo faceva un tot di foto sempre uguali. L’uscita dall’Alfetta, l’entrata in chiesa con lo strascico a braccetto del padre pettinato come Mal, lo scambio tremolante delle fedi, gli sposi con la lingua di fuori a prendere l’ostia e poi l’uscita con il lancio del riso, pacchetto compreso. E poi gli scatti sul sagrato. I parenti di lui. Quelli di lei. I testimoni. Gli sfigati che non rientrano in nessuna categoria e alla fine il taglio della torta e il brindisi con i gomiti incrociati. Fine. Una presenza discreta quella del fotografo, che ogni tanto sbucava per poi ritornare nell’ombra. Adesso il fotografo è una rottura di palle infinita. Uno spaccamaroni micidiale. Un flagello continuo. Come avere un ratto nelle mutande. Fosse per lui, comincerebbe a fotografarti un anno prima. Sadico. Rapisce gli sposi appena dopo l’uscita dalla chiesa e li tiene in ostaggio per minimo due ore. Li schiaffa nei parchi pubblici tra le cacche dei dobermann a far finta di guardarsi con l’occhio languido mentre loro lottano disperati contro la cecagna e il calo di adrenalina. Gli invitati, nel frattempo, al ristorante, imprecano come angeli dannati gonfiandosi di grissini per placare i morsi della fame, i bambini danno i numeri e vengono battuti come tappeti persiani mentre le fighette lottano con le acconciature che lentamente ma inesorabilmente cominciano a sderenarsi. Alla fine gli sposi arrivano alle tre del pomeriggio e tutti, indistintamente, li odiano. Ma c’è di peggio. Il video. Ci sono quelli che fanno il video. Ormai se non fai il video non vale neanche più la pena di sposarti, di fare figli, o di far fare la comunione ai figli. Ma il bello è che non si fanno più i video normali, un po’ sbirgoli e stortignaccoli, come li facevano i nostri papà negli anni Settanta. Quelli che ancora adesso ti fanno venire una tenerezza da lacrime agli occhi. Si girano kolossal. A Napoli il must è noleggiare addirittura un camion regia e uno spazio col satellite. Ci sono quelli che lo fanno in stile Padrino, con tutta la famiglia in gessato schierata sul sagrato con lo stecchino in bocca, oppure sul genere Via col vento, con la sposa che 167 svolazza qua e là impacchettata nel tulle mentre i ceri bruciano voluttuosamente. Negli ultimi tempi in più è scattata anche la perversione del backstage. Il dietro le quinte. I rumori fuori scena. E lì l’occhio indiscreto del grande fratello non si risparmia per nulla e riprende di tutto. La sposa che fa cinquecento pipì prima di vestirsi, lo sposo che per ingannare l’attesa si taglia le unghie dei piedi, la sorella di lei ingrassata di venti chili che spacca la cerniera del tailleur, il padre di lui che beve il bicarbonato perché non ha digerito la trippa della sera prima, la madre di lei in tipica isteria postmestruale e la testimone di lui vestita da trans e pettinata come Caparezza. Ma io mi chiedo: “Perché?”.

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